“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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“Diĝir” è in finale al premio Urania!

Quando ho letto la mail ricevuta da Mondadori mi sono riproposta di scrivere un post umile ma arguto, modesto ma entusiasta, infarcito di citazioni e riferimenti eruditi che testimoniassero la mia passione per il genere fantascientifico. Tre picosecondi dopo, rendendomi conto di stare saltellando come un canguro sotto gli occhi sgranati dei colleghi, ridendo come una scema e ringraziando dèi sumeri ad alta voce, mi sono detta “Chi se ne frega!” e ho continuato a gongolare senza ritegno. In ufficio hanno disperatamente bisogno di una collaboratrice sana di mente almeno fino alla fine del mese, ma sanno già che Lady Machine Gun non riesce a fingersi tale per una giornata intera. Vedendomi così felice, probabilmente hanno temuto che mi mettessi a sparare salve in aria o li coinvolgessi in qualche stunt pericoloso.

A distanza di qualche ora, faccio le mie più sincere congratulazioni agli altri quattro finalisti, e con calma serafica, spirito zen e un po’ di sano cameratismo auguro loro: “In bocca all’alieno!”.

http://www.fantascienza.com/22552/premio-urania-i-finalisti-2016

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L’Umanità permeabile

 

schermata-2017-02-22-alle-17-29-32Osmotic growth – by kelemengabi (Flickr)

Potremmo chiamarla in molti modi, l’Era osmotica, l’Età del disequilibrio, l’Epoca dell’ibridazione, ma qualunque nome le sia dato in futuro, è già qui, ed è qui per restare. Al varco c’è il superamento del Sistema di Pensiero (le maiuscole sono d’obbligo, in questo caso) che ha innescato e guidato le precedenti rivoluzioni civili e filosofiche, plasmando buona parte del paesaggio socio-economico che oggi ci circonda.

L’Umanesimo pone l’Uomo al centro, collocandolo come soggetto agente in uno spazio creativo sempre più vasto, a sua totale disposizione. Gli dèi si ritirano ai margini di questo spazio, sospinti sempre più indietro, e i grandi filosofi li danno per morti: non si ha “più bisogno di quell’ipotesi”, per esplorare il mondo e ciò che ha da offrire.

Dalle macerie di questo terremoto antropologico l’Uomo emerge in una posizione unica di predominio, con tutto un mondo a disposizione per esercitare la sua capacità trasformativa: quale unico soggetto in grado di auto-determinarsi e di “emanare” creazioni, modifica l’ambiente circostante, il cui ruolo è puramente strumentale, ed è una relazione a senso unico, priva di feedback, con al centro un’entità “pura” e autonoma che agisce in base al proprio libero arbitrio senza lasciarsi contaminare.

Peccato che tale solipsismo sia un’illusione, e un’illusione pericolosa.

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Come l’etologo R. Marchesini ci fa notare, la tecnologia non è una mera cellula probiotica che migliora le funzionalità dell’organismo umano: è un virus che penetra nelle nostre cellule e le riprogramma dall’interno. L’Umanità (“entità” peraltro ancora tutta da definire) è in un rapporto osmotico con il mondo: la realtà la rivoluziona ontopoieticamente per contatto; la scienza e la tecnica non si limitano a soddisfarne i bisogni, ma li modificano e ne introducono di nuovi. L’innovazione tecnica cambia i predicati e i fini dell’Homo sapiens sapiens e lo condiziona sia a livello del singolo individuo (ontogenesi) sia a livello di specie (filogenesi); apre prospettive come un crocicchio di nuove strade, ma non lo lascia libero quanto crede di scegliere quale imboccare, e una volta fattolo, non lo lascia libero quanto crede di tornare indietro o di uscire dal solco, né di adattare il passo alle sue aspettative ed esigenze, mutevoli e influenzabili anch’esse.

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Osmotic growth – Osmotic membranes

Noi esseri umani non siamo impermeabili, anche se ci piace illuderci di esserlo, e la tecnica non ci “completa”, non si limita a “servirci” passivamente, ma riprogramma le nostre menti, sviluppa abilità e ne atrofizza altre, crea dipendenza. Allo stesso modo, la Natura non si lascia soltanto “imitare”: ci mostra possibilità, apre spazi creativi che possono essere colmati anche migliaia di anni dopo. Gli uccelli ci insegnano che è possibile volare ben prima di come riuscire a farlo, rendono concepibile ciò che riusciamo tecnicamente a realizzare molto, molto tempo dopo. L’Uomo ha bisogno del mondo anche soltanto per concepire possibilità: scopriamo che esistono molti più colori di quelli che vediamo, scopriamo l’infinito, scopriamo la sfuggente essenza della materia, ma non possiamo immaginarli. Il mondo sfida continuamente la nostra immaginazione, ma è allo stesso tempo il bacino d’idee e di possibilità in nuce cui la nostra intelligenza attinge per dar forma alle proprie realizzazioni.

La società umana moderna,  influenzata prima dall’antropocentrismo delle religioni abramitiche e poi dal pensiero umanista, considera gli altri esseri viventi, la materia inanimata (confine difficile da stabilire) e gli strumenti tecnici da essi derivati come una risorsa da utilizzare, un patrimonio da possedere, sfruttare e monetizzare. Il “consumismo”, che caccia dalla porta il concetto di “limite” fatto poi rientrare dalla finestra da Boulding e altri negli anni ’60, si basa su questo.

Ancora ci illudiamo di essere qualcosa di “diverso”, qualcosa di “puro”, ma niente è puro in Natura, e noi ne facciamo parte. Come Marchesini stesso e molti filosofi (Nietzsche in primis) affermano, la purezza  è morte, la vita è contaminazione. L'”Ego cogito, ergo sum, sive existo” del Metodo cartesiano è in realtà un Io dialogante. L’isolamento solipsista dell’Io è mero onanismo, se non mera idiozia.

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Il mito della purezza e dell’auto-sufficienza porta a sfruttamento indiscriminato, razzismo, distruzione degli ecosistemi, disgregazione delle strutture sociali. Non amiamo né rispettiamo il nostro prossimo, né gli animali e le altre creature viventi, ma amiamo noi stessi attraverso di loro, semplificandoli, riducendoli alle loro componenti “meccaniche” o ai moventi che proiettiamo su di essi, per poi usarli come specchi che rimandano soltanto il nostro riflesso.

Se distruggiamo il valore relazionale del prossimo, distruggere il prossimo è soltanto il passo successivo. Un bambino deve interagire con altri adulti e bambini di persona, non attraverso uno schermo, per sperimentare l’effetto che fanno i propri comportamenti e allenare le proprie capacità empatiche: la maturazione emotiva si ha attraverso l’interazione, preferibilmente non mediata e non a distanza. È facile odiare, prima di conoscere, e le occasioni di crescita dipendono dalla “permeabilità” reciproca, che non è mera e passiva accettazione della visione del mondo e delle istanze altrui, ma attitudine all’ascolto.

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Il bambino che un tempo animava i propri giocattoli, oggi reifica il proprio gatto riducendolo a un peluche o a un “minus-habens” pseudo-umano. L’Uomo ancora crede all’Idea di “Gatto” attorno alla quale far orbitare i singoli gatti, senza aver introiettato il fatto che la Vita è un cantiere sempre aperto e ogni individuo è una possibilità che si apre sul mondo, una prova, un unicum.
Ogni specie e ogni singolo rappresentante di quella specie “s’immerge” nel mondo in modo diverso: vede parti dello spettro e colori diversi, avverte a distanza la presenza di qualcosa in base alle turbolenze dell’aria, sviluppa comportamenti in base all’istinto predatorio di un cagnolino che insegue una foglia svolazzante o a quello esplorativo e catalogativo di un bambino che raccoglie margherite in un prato.

Le varie anime del darwinismo contemporaneo c’insegnano che le concezioni antropomorfizzate della realtà sono superate, che l’idea di “Progetto” è estranea ai meccanismi della natura, e che il concetto stesso di “umano” è sfumato e ambiguo. Ci dotiamo di nuovi sensi, miglioriamo funzioni e ne perdiamo altre, ma soprattutto impariamo a concepire altre forme di vita non come “macchine” prevedibili e fatte di automatismi e singole componenti distinte, non oggetti, ma soggetti, capaci di cambiare abitudini e di apprendere ma allo stesso tempo condizionati dal fatto che più avranno la tendenza naturale a raccogliere, più spesso ne faranno esperienza. Capiamo che i processi di apprendimento devono essere anche spazi di protagonismo e di interazione.

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Per coloro che si definiscono esseri “umani” (considerando che non esiste una definizione universalmente riconosciuta di questo aggettivo, così come non esiste una definizione universalmente riconosciuta di “essere vivente”), trattasi di un’emancipazione dell’animalità, non dall’animalità. Del resto, la nostra stessa capacità creativa deriva dai nostri istinti animali, istinti che ci hanno permesso di sopravvivere in situazioni che non si ripetevano mai identiche a se stesse, e dalla titolarità che da decenni cerchiamo (con risultati sinora deludenti) d’insegnare alle macchine.

È ingenuo illudersi di dominare e “cavalcare” l’innovazione tecnica: anche se le macchine ancora non possiedono la titolarità che tanti autori di fantascienza (me compresa) hanno immaginato e paventato, non basta essere (o ritenerci) consapevoli, moderati e dotati di auto-controllo perché il loro utilizzo non riscriva le nostre menti, così come non basta essere “genitori capaci e attenti” per governare il modo in cui esse plasmano la mente duttile di un bambino. Le future generazioni saranno diverse dalla nostra e dalle precedenti, nel bene e nel male, che lo vogliamo oppure no.

Demonizzare le tecnologie e l’uso che se ne fa non porta lontano, ma non porta lontano neanche ingannare noi stessi pensando di esserne padroni, di averne il controllo, di non lasciarcene influenzare. Entro certi limiti possiamo scegliere, moderarci, oppure cercare di non lasciar atrofizzare le capacità che un giorno potrebbero esserci utili per cavarcela anche senza, ma senza illuderci di sviluppare così chissà quale immunità o privilegio prospettico.

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Un buon consiglio ce lo dà quell’acuto provocatore di Louis C. K., dicendo che siamo umani quando siamo seduti su una poltrona in silenzio a riflettere, soli con noi stessi, e non cerchiamo ossessivamente di scacciare con mille distrazioni e automatismi quello spaventoso vuoto esistenziale che riemerge dal profondo, ma lo accogliamo dentro di noi come parte essenziale (e preziosa) della nostra esistenza:

Louis C. K. e gli smartphone

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Rapporto sulla periferia del Sistema Solare: nuovi dati e strumentazione

A caccia di pianeti e asteroidi nel cortile di casa…

Il tredicesimo cavaliere 2.0

Lasciata la sonda New Horizons alle soglie della Fascia di Kuiper <vedi il post precedente>, siamo quasi pronti a presentare il primo articolo che fa parte del nostro report dedicato all’esplorazione della periferia del Sistema Solare. Il report sarà probabilmente composto da due articoli che copriranno il primo eventi anteriori al 2016, mentre il secondo arriverà ai giorni nostri. Ci saranno inoltre due spin-off, che si occuperanno l’uno di una nuova promettente speculazione su eventuali incontri ravvicinati tra il Sole e le stelle a lui più vicine, avvenuti in un lontano passato. L’altro spin-off (che però vi presentiamo per primo, qui di seguito) tenta la classica “mission impossible”: dare notizia di alcuni tra i più interessanti strumenti hardware e database che i ricercatori hanno utilizzato per il loro lavoro, o che potranno utilizzare da qui a poco. Si tratta evidentemente di scelte discutibili e tutt’altro che esaustive, ma speriamo…

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Firenze Libro Aperto: ottima iniziativa, pessima organizzazione.

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Domenica ho avuto modo di partecipare alla prima fiera del libro organizzata a Firenze da Fbs Eventi, una Srl con sede a Campi Bisenzio fondata di recente dallo scrittore fiorentino Paolo Cammilli. L’ultima manifestazione di settore che avevo visitato era stata l’edizione 2016 dello storico Salone di Torino, il gigantesco supermercato dell’editoria al centro di un “pasticciaccio brutto” di cui Milano sta attualmente cercando di approfittare. In quell’occasione avevo presentato l’antologia di fantascienza al femminile “Oltre Venere”, curata da Gian Filippo Pizzo e pubblicata da Ed. La Ponga:

Oltre Venere – Amazon       Oltre Venere – presentazione su Fantascienza.com

La mia impressione complessiva su “Firenze Libro Aperto”? Quella del titolo di questo breve post: lodevole iniziativa… pessima organizzazione.

L’evento si teneva al piano interrato del padiglione Spadolini, l’edificio principale del polo fieristico della Fortezza da Basso. Non ho ben capito perché abbiamo scelto il piano inferiore invece del piano terra, che era libero, né perché abbiano scelto di far entrare e uscire i visitatori da Porta Alle Carra, una via d’accesso secondaria che in genere (quand’è utilizzata) serve soltanto per il deflusso del pubblico: in questo modo, oltre al rischio di creare assembramenti eccessivi in un luogo angusto e “ingorghi” nello stretto passaggio che conduce al padiglione, hanno costretto i portatori di handicap a fare il giro lungo dal lato opposto, attraverso Porta S. M. Novella. So bene di cosa parlo: lavoro lì, e capitarci da semplice visitatrice mi permette di fare alcuni semplici paragoni di tipo organizzativo fra le manifestazioni che ben conosco e questa nuova iniziativa.

Sono arrivata in fiera alle 10 in punto, essendo interessata a uno dei primi seminari della mattinata, ma nella “sala” rossa (uno spazio aperto con palco, pannello da videoproiezione inutilizzato e seggiole piazzate alla rinfusa in un angolo in fondo al padiglione) non si è presentato nessuno degli organizzatori o dei relatori: mi sono ritrovata lì assieme ad altri ad aspettare inutilmente, senza indicazioni, avvisi o personale cui chiedere ragguagli; alla fine ci siamo arresi e ce ne siamo andati.
In fiera non c’erano né un punto informazioni né una mappa degli stand, e visto che l’unica copia del programma disponibile (quella affissa all’ingresso) non era aggiornata, i visitatori non avevano modo di sapere quali incontri fossero stati annullati e quali spostati, e in quest’ultimo caso, dove.
Inoltre, gli spazi delle conferenze non erano suddivisi in alcun modo, e soprattutto nei momenti di maggior afflusso, la confusione era tale che non si capiva granché dicevano i relatori sui palchi, salvo arrivare in anticipo e riuscire ad aggiudicarsi un posto in primissima fila.

Erano presenti circa 150 espositori, compresi Einaudi, Giunti e l’Accademia della Crusca. Interessanti gli stand delle case editrici specializzate in libri d’arte e collane scientifiche, ma anche la sezione per bambini e ragazzi (per i quali erano previste molte attività di animazione).
Note negative:
-l’editoria a pagamento (compresa la “solita” Albatros) godeva di una visibilità tale da far sembrare quasi normale l’idea di scucire dei soldi per pubblicare un libro, opzione che sconsiglio sempre vivamente, in tempi in cui l’autopubblicazione offre una valida alternativa a chi non vuole condividere onori e oneri con un editore free o semplicemente ha “fretta” di uscire sul mercato;
-non c’era alcuna logica apparente di selezione e collocazione in fiera. Salvo la sezione junior, gli stand (indie, major, libreria di catena, editoria specializzata, editoria free, self-publishing, Eap etc) erano tutti mescolati alla rinfusa.

Non ho avuto modo di partecipare alla conferenza stampa finale, essendo impegnata a seguire un seminario che m’interessava di più; mi sono soltanto sorbita a distanza la musichetta demenziale scelta come jingle della fiera.

A occhio e croce, l’affluenza è stata buona: a partire dalla tarda mattinata c’era molta gente in giro per i corridoi, e i seminari avevano un pubblico superiore alle aspettative, tanto che pur avendo aggiunto molte sedie, in diversi casi un terzo o un quarto del pubblico era costretto a stare in piedi (tendendo le orecchie per cercare di captare qualcosa in mezzo al rumore di fondo).
Spero proprio che l’evento sia riproposto, ma prendendo i provvedimenti indispensabili per renderlo godibile. Sarebbe bastato un po’ di buon senso per organizzare meglio il calendario e fornire ai visitatori le informazioni minime per orientarsi.

Sito Internet della manifestazione: Firenze Libro Aperto – chi siamo
Pagina Facebook: Firenze Libro Aperto – Facebook


Dal blog di Andrea Viscusi…

Non potendo ribloggare direttamente da blogspot l’articolo di Viscusi sulla seconda edizione della manifestazione “Stranimondi” e sullo stato dell’editoria di genere in Italia, v’invito a leggerlo aprendo il link:

Stranimondi

Un brevissimo estratto:
“Mi viene da pensare che là fuori dallo stagno, dove il pubblico è più ampio e non deve sforzarsi più di tanto per trovare qualcosa che coincida con le sue passioni, siano molto più isolati i casi in cui un lettore è tanto motivato da volersi impegnare in prima persona. Nell’ambito del fantastico invece, viene operata una sorta di selezione naturale che porta solo i più determinati ad andar avanti, e la stessa determinazione è quella che poi li spinge a fare qualcosa. Vanity press a parte, ma quello è un fenomeno tanto trasversale e riconoscibile che lo escludo da questo discorso.”


Storie di sabbia da scavare e veli da scostare

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Dopo lunghe riflessioni, ammetto che la matassa da sciogliere è piuttosto ingarbugliata e che la questione è personale, del tutto soggettiva. Tuttavia, mi riguarda sia come lettrice e spettatrice, sia come autrice, pertanto non posso ignorarla.
Parto da una domanda: qual è stato l’ultimo personaggio in un’opera di fiction di una certa lunghezza e complessità (romanzi e telefilm in primis) con cui abbiate stabilito un autentico legame empatico?
Prendetevi tutto il tempo che volete, per rifletterci.
3… 2 … 1… 1 e tre quarti… 1 e mezzo… 1 e un quarto…
Quando vi dirò la mia risposta, capirete qual è il “problema” che ho.
Apro Netflix e cerco una serie tv. Oppure frugo su Amazon.com per scaricare l’ennesimo ebook in lingua originale. Guardo il telefilm/leggo il libro. Spengo il computer/l’e-reader. Magari ho fatto una maratona, e so già perché ho le occhiaie: ero curiosa di vedere come andasse a finire (a patto che andasse a finire in qualche modo).
La curiosità è sempre stata la mia caratteristica predominante, ma dopo averla appagata, mi chiedo due cose: 1) cos’ho provato realmente; 2) cosa mi è rimasto.
Ecco, qui salta fuori il problema di cui sopra,  soprattutto quando si tratta di opere recenti di produzione americana o anche europea.
Alla seconda domanda è facile rispondere: il ricordo di un prodotto anche ben confezionato, di solito ben recitato (nel caso delle serie tv), magari con una premessa interessante e con una regia all’altezza.
Un esempio? Guardo “Stranger Things” e penso “bravissimi gli attori bambini, ben fatta la ricostruzione del periodo, gustose le citazioni, valida la regia. L’ho finito in pochi giorni per vedere dove andava a parare.” Oppure arrivo in fondo a una stagione di Game of Thrones e penso “Grandi mezzi, grandi attori, begli effetti speciali, trama intricata con cliffhanger azzeccati. Ho guardato le puntate subito dopo che erano state trasmesse perché mi chiedevo cosa sarebbe successo.”
Idem per i romanzi.
Qui però fa di nuovo capolino la prima domanda. “Cos’ho provato?”
E la risposta è quasi sempre: “Nulla.”
Attingendo al mercato made in USA potrei imbottirmi di procedural, fantasy e thriller fino alla fine dei tempi, ma al di là di un meccanismo di “agganciamento” del lettore/spettatore che funziona benissimo e che Stephen King potrebbe sviscerare tecnicamente in altri dieci volumi di “On Writing”, sono anni che non trovo sul mercato nostrano e americano qualcosa che faccia scoccare la “scintilla”. Persino serie vecchissime (e volendo anche ingenue, adolescenziali e nobilitate dal tempo) riuscivano a farmi provare qualcosina di più rispetto al mero “ho consumato un prodotto di finzione per curiosità o perché riconoscevo la perizia tecnica di chi l’aveva creato”.
Risultato? I libri continuo a leggerli, ma la mole di produzione mediatica che arriva dalle due rive dell’Atlantico mi lascia sempre più fredda, al limite del disinteresse. Questo perché mi coinvolge dal punto di vista razionale, ma emotivamente MI ANNOIA A MORTE: non provo niente per quei personaggi e per il loro percorso umano, ammesso che gli autori gliene concedano uno. Sono più “personaggi” che “persone”, per l’appunto: non mi fanno provare nessuna emozione, non toccano le corde giuste, non mi commuovono, e soprattutto in genere non mi sorprendono.
A questo punto, cerco di chiedermi perché, e mi rendo conto che questo “perché” ha delle implicazioni fondamentali anche per la mia attività di autrice.
Il problema credo che stia in una cultura della superficie e dell’insieme, ormai prevalente anche da noi, contrapposta a una cultura della profondità e del dettaglio.
Forse c’è qualcosa di antropologico, dietro, ma sarebbe un’impresa immane andare a scavare per vedere quanto siano profonde le radici.
Quando ho scoperto che altrove l’approccio e la sensibilità potevano essere diversi, e più affini ai miei, ho tirato un sospiro di sollievo: ero “strana”, per certi standard occidentali, ma almeno non ero “sola”.
Non ero l’unica a voler sollevare i veli un dopo l’altro in cerca di simbolismi, a prestare attenzione ai dettagli (certi autori usano le più sottili sfumature del linguaggio del corpo per aprire spiragli su interi mondi, altri intessono parallelismi sottili e e delicati ossimori visivi per comunicare su un gran numero di livelli), a cercare personaggi abbastanza ricchi, complessi e contraddittori da avere davvero una vita propria.
Non ero costretta a seguire una trama perché mi era imposta: al contrario, m’immergevo in una storia che sembrava costruirsi da sé, e si costruiva da sé perché i personaggi non erano lì per ricoprire un ruolo.
Francamente, detesto i ruoli. Detesto i buoni e i cattivi, i brutti e i belli, i personaggi principali e quelli secondari, l’happy ending e il sad ending. Un mondo così, per quanto ben costruito, è un mondo finto.
Forse è proprio la parola “fiction” a rischiare di spingerci nella direzione che a me (personalmente!) piace di meno.
Quello che davvero mi spaventa, è il fatto che tanti autori occidentali di genere non dimostrino più di avere fiducia nei propri lettori/spettatori: non li stimolano, non aggiungono livelli di lettura se non quelli sbattuti in faccia, non arricchiscono le proprie opere di dettagli da scoprire e assaporare. Danno per scontato che il pubblico non sia in grado di approfondire, confrontarsi, discutere, leggere fra le righe, apprezzare le sfumature piuttosto che i bianchi e neri, notare allusioni e leggere gesti, per sottili, quasi impercettibili che siano.
Sono proprio queste informazioni sepolte come gemme nella sabbia che rendono un personaggio abbastanza “vero” da farti provare qualcosa per lui: intravedi qualcosa che brilla in superficie e affondi le mani per scavare, sporcandoti quanto serve per goderti poi la ricompensa di quello che hai scoperto.

Un pubblico che non è più in grado di farlo non è il pubblico di cui voglio far parte, né il pubblico che m’interessa cercare.

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Edit: Dopo aver scritto il post, mi sono resa conto di averlo fatto canticchiando mentalmente per tutto il tempo una canzone dal titolo significativo: “Where do we go from here?” (Se volete ascoltarla anche voi, eccola: “Where Do We Go From Here” – Ruelle)
Tratte le conclusioni di cui sopra, devo dedicare a quest’interrogativo tutta l’attenzione che merita…

Ercolano. Un team internazionale del Cnr è riuscito a leggere (senza aprirli) due rotoli papiracei della famosa Villa dei Papiri dove fu rinvenuta l’unica biblioteca conservata del mondo antico: “Un risultato eccezionale”

Nonostante i tagli ai fondi pubblici, i nostri ricercatori riescono a ottenere risultati strepitosi…

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Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano appartenuta alla famiglia dei Pisoni

Era il 19 ottobre 1752 quando a Ercolano, in fondo a un pozzo profondo molti metri scavato nella lava, le ricerche dirette da Roque de Alcubierrre, affiancato da Karl Weber, portarono a scoprire 1800 rotoli papiracei, l’unica biblioteca completa giuntaci dal mondo antico. Fu proprio quell’eccezionale rinvenimento che diede il nome alla villa, la Villa dei Papiri, realizzata dalla famiglia dei Pisoni, rimasta sommersa nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. da una colata di fango. E sedici secoli dopo, nel 1631, un’ennesima eruzione coprì la zona sotto uno spesso strato di lava. E la villa di Papiri fu sepolta da venticinque ai trenta metri di materiale piroclastico. La prima fase di scavi si concluse nel 1761; un’ulteriore, breve, campagna di indagini si ebbe tra il 1764 ed il 1765 con la partecipazione di Francisco la Vega e Camillo…

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L’avventura continua…

Dopo l’acquisizione di Edizioni Imperium, sono lieta di iniziare una nuova collaborazione con Delos, valida casa editrice specializzata nella narrativa di genere.

In vista di progetti futuri (fra cui il prosieguo della saga di Wormhole e la nuova saga di Diĝir), tornano disponibili i due testi di fantascienza “Marte nostrum” e “Overclock”:

http://www.fantascienza.com/21653/imperium-delos-digital-online-i-primi-39-titoli

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Là fuori

In una vita precedente dovevo essere un animaletto boschivo con il naso rivolto in su a guardare le stelle.
Tutte le volte che rientro dalla montagna, ho una sensazione di estraniamento che a momenti diventa alienazione totale. Mi sento fuori posto. Le strade sono sempre strette, i suoni sono sempre rumori, la gente è sempre folla. E dire che vivo in una delle città più belle d’Italia e del mondo…
Molti nel proprio ambiente vivono tranquilli e vivono bene. Alla maggioranza degli esseri umani, quello che c’è “là fuori” non interessa, o fa paura. Al contrario, io non ne posso fare a meno. L’intero pianeta mi sta stretto: fin da quand’ero molto piccola, ho sempre voluto trovarmi “là fuori”, a guardare il mondo dall’alto e il firmamento dal basso, perché in cima a una montagna mi pare di essere un pochino più vicina a casa mia.
Se le vette sono lontane, scrivere di altri pianeti, altre specie e altri tempi è l’unica alternativa che ho per non sentirmi un paio di scarpe di cemento ai piedi e la testa chiusa in un sacco.

 

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