“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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Storie di sabbia da scavare e veli da scostare

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Dopo lunghe riflessioni, ammetto che la matassa da sciogliere è piuttosto ingarbugliata e che la questione è personale, del tutto soggettiva. Tuttavia, mi riguarda sia come lettrice e spettatrice, sia come autrice, pertanto non posso ignorarla.
Parto da una domanda: qual è stato l’ultimo personaggio in un’opera di fiction di una certa lunghezza e complessità (romanzi e telefilm in primis) con cui abbiate stabilito un autentico legame empatico?
Prendetevi tutto il tempo che volete, per rifletterci.
3… 2 … 1… 1 e tre quarti… 1 e mezzo… 1 e un quarto…
Quando vi dirò la mia risposta, capirete qual è il “problema” che ho.
Apro Netflix e cerco una serie tv. Oppure frugo su Amazon.com per scaricare l’ennesimo ebook in lingua originale. Guardo il telefilm/leggo il libro. Spengo il computer/l’e-reader. Magari ho fatto una maratona, e so già perché ho le occhiaie: ero curiosa di vedere come andasse a finire (a patto che andasse a finire in qualche modo).
La curiosità è sempre stata la mia caratteristica predominante, ma dopo averla appagata, mi chiedo due cose: 1) cos’ho provato realmente; 2) cosa mi è rimasto.
Ecco, qui salta fuori il problema di cui sopra,  soprattutto quando si tratta di opere recenti di produzione americana o anche europea.
Alla seconda domanda è facile rispondere: il ricordo di un prodotto anche ben confezionato, di solito ben recitato (nel caso delle serie tv), magari con una premessa interessante e con una regia all’altezza.
Un esempio? Guardo “Stranger Things” e penso “bravissimi gli attori bambini, ben fatta la ricostruzione del periodo, gustose le citazioni, valida la regia. L’ho finito in pochi giorni per vedere dove andava a parare.” Oppure arrivo in fondo a una stagione di Game of Thrones e penso “Grandi mezzi, grandi attori, begli effetti speciali, trama intricata con cliffhanger azzeccati. Ho guardato le puntate subito dopo che erano state trasmesse perché mi chiedevo cosa sarebbe successo.”
Idem per i romanzi.
Qui però fa di nuovo capolino la prima domanda. “Cos’ho provato?”
E la risposta è quasi sempre: “Nulla.”
Attingendo al mercato made in USA potrei imbottirmi di procedural, fantasy e thriller fino alla fine dei tempi, ma al di là di un meccanismo di “agganciamento” del lettore/spettatore che funziona benissimo e che Stephen King potrebbe sviscerare tecnicamente in altri dieci volumi di “On Writing”, sono anni che non trovo sul mercato nostrano e americano qualcosa che faccia scoccare la “scintilla”. Persino serie vecchissime (e volendo anche ingenue, adolescenziali e nobilitate dal tempo) riuscivano a farmi provare qualcosina di più rispetto al mero “ho consumato un prodotto di finzione per curiosità o perché riconoscevo la perizia tecnica di chi l’aveva creato”.
Risultato? I libri continuo a leggerli, ma la mole di produzione mediatica che arriva dalle due rive dell’Atlantico mi lascia sempre più fredda, al limite del disinteresse. Questo perché mi coinvolge dal punto di vista razionale, ma emotivamente MI ANNOIA A MORTE: non provo niente per quei personaggi e per il loro percorso umano, ammesso che gli autori gliene concedano uno. Sono più “personaggi” che “persone”, per l’appunto: non mi fanno provare nessuna emozione, non toccano le corde giuste, non mi commuovono, e soprattutto in genere non mi sorprendono.
A questo punto, cerco di chiedermi perché, e mi rendo conto che questo “perché” ha delle implicazioni fondamentali anche per la mia attività di autrice.
Il problema credo che stia in una cultura della superficie e dell’insieme, ormai prevalente anche da noi, contrapposta a una cultura della profondità e del dettaglio.
Forse c’è qualcosa di antropologico, dietro, ma sarebbe un’impresa immane andare a scavare per vedere quanto siano profonde le radici.
Quando ho scoperto che altrove l’approccio e la sensibilità potevano essere diversi, e più affini ai miei, ho tirato un sospiro di sollievo: ero “strana”, per certi standard occidentali, ma almeno non ero “sola”.
Non ero l’unica a voler sollevare i veli un dopo l’altro in cerca di simbolismi, a prestare attenzione ai dettagli (certi autori usano le più sottili sfumature del linguaggio del corpo per aprire spiragli su interi mondi, altri intessono parallelismi sottili e e delicati ossimori visivi per comunicare su un gran numero di livelli), a cercare personaggi abbastanza ricchi, complessi e contraddittori da avere davvero una vita propria.
Non ero costretta a seguire una trama perché mi era imposta: al contrario, m’immergevo in una storia che sembrava costruirsi da sé, e si costruiva da sé perché i personaggi non erano lì per ricoprire un ruolo.
Francamente, detesto i ruoli. Detesto i buoni e i cattivi, i brutti e i belli, i personaggi principali e quelli secondari, l’happy ending e il sad ending. Un mondo così, per quanto ben costruito, è un mondo finto.
Forse è proprio la parola “fiction” a rischiare di spingerci nella direzione che a me (personalmente!) piace di meno.
Quello che davvero mi spaventa, è il fatto che tanti autori occidentali di genere non dimostrino più di avere fiducia nei propri lettori/spettatori: non li stimolano, non aggiungono livelli di lettura se non quelli sbattuti in faccia, non arricchiscono le proprie opere di dettagli da scoprire e assaporare. Danno per scontato che il pubblico non sia in grado di approfondire, confrontarsi, discutere, leggere fra le righe, apprezzare le sfumature piuttosto che i bianchi e neri, notare allusioni e leggere gesti, per sottili, quasi impercettibili che siano.
Sono proprio queste informazioni sepolte come gemme nella sabbia che rendono un personaggio abbastanza “vero” da farti provare qualcosa per lui: intravedi qualcosa che brilla in superficie e affondi le mani per scavare, sporcandoti quanto serve per goderti poi la ricompensa di quello che hai scoperto.

Un pubblico che non è più in grado di farlo non è il pubblico di cui voglio far parte, né il pubblico che m’interessa cercare.

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Edit: Dopo aver scritto il post, mi sono resa conto di averlo fatto canticchiando mentalmente per tutto il tempo una canzone dal titolo significativo: “Where do we go from here?” (Se volete ascoltarla anche voi, eccola: “Where Do We Go From Here” – Ruelle)
Tratte le conclusioni di cui sopra, devo dedicare a quest’interrogativo tutta l’attenzione che merita…
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